La partita che si sta svolgendo in Medioriente è giocata su talmente tanti tavoli che rimane difficile avere un quadro complessivo e, più ancora, tentare di fare una previsione sui prossimi sviluppi. L‘invasione di Gaza dopo il drammatico e criminale attacco di Hamas del 7 ottobre dello scorso anno sembrava essere lo svolgimento di un copione già visto in altre circostanze. Un pretesto fa sì che emerga il vero volto di una leadership. Il governo di Benjamin Netanyahu, che fino a quel momento aveva ben altri problemi viste le disavventure giudiziarie del premier, trova il modo di distrarre l‘attenzione dell‘opinione pubblica rispondendo all‘attacco di Hamas nel modo più abietto e criminale che si potesse immaginare. Così facendo, però, ha contestualmente dato la stura a tutto quell‘apparato politico e militare che mal sopportava le restrizioni della politica. I massacri che ne sono seguiti sono figli della voglia di una parte, se non numericamente di certo politicamente rilevante, della società israeliana di metterla sul piano militare. Per dirla chiaramente sotto l‘apparenza democratica dello Stato ebraico faceva fatica a rispettare un minimo di decenza la parte più retriva, e reazionaria della società israeliana. Da quel momento Aluf Yoav Gallant attuale ministro della difesa già coordinatore ed ideatore dell‘operazione “Piombo fuso“ contro le forze di Hamas nella striscia di Gaza nel gennaio 2009, il ministro della sicurezza Itamar Ben-Gvir e tutti gli estremisti di destra presenti nel governo hanno tolto definitivamente la maschera. Le conseguenze si sono presto fatte vedere.
I fatti di Gaza con le drammatiche conseguenze per la popolazione civile sarebbero stati solo la prima pagina di un libro che ancora deve vedere la fine. La reazione degli altri players dell‘area, a cominciare dall‘Iran ha deterninato un allargamento del conflitto che rischia sempre più di diventare regionale. L‘attacco alle postazioni di Hezbollah nel sud del Libano con la variante tragicomica dei colpi di artiglieria lanciati verso le basi del contingente Unifil dell‘ONU e la ridicola richiesta di ritirarsi per consentire alle truppe di Tel Aviv di completare indisturbate l‘operazione e invadere l‘intero sud del Libano ha necessariamente spostato l‘attenzione su un fronte che, dal punto di vista politico, è finanche più pericoloso.
Dal canto suo un Iran quanto mai debole politicamente, dove si segnalano faide interne al regime con il sospetto, se non la certezza, che figure non di secondo piano siano impegnate in azioni di intellegence con il nemico sionista (non si capirebbe altrimenti la facilita‘ con la quale gli israeliani colpiscono alti funzionari iraniani all‘interno dello stato sciita) fa la solita voce grossa sperando che la situazione non degeneri in conflitto aperto che la vedrebbe soccombere nonostante l‘aiuto dei suoi storici alleati Russia e Cina.
In tutto questo si assiste alla fiera dell‘ipocrisia. Sia da parte americana che da quella europea si levano critiche e appelli a Benjamin Netanyahu perché agisca con moderazione e eviti sia vittime civili che l‘allargamento del conflitto salvo poi continuare a fornire armi e assistenza in vari campi strategici. Ne è testimonianza la fornitura del sistema di difesa antimissilistica THAAD da parte del governo Biden compresi cento militari al seguito per assistere gli israeliani nella fase di installazione ed uso. Non solo un ulteriore aiuto ma anche “boots on ground“, uomini sul campo che la disciplina militare USA degli ultimi decenni cerca di evitare come la peste.
Rimane un ultimo piccolo dettaglio da risolvere per la leadership israeliana: cosa ne facciamo dei palestinesi? Qualcuno deve pur essersi fatto questa domanda e il sospetto è che non solo se la sono fatta ma che si siano anche dati una risposta. E, come faceva dire Corrado Guzzanti ad uno dei suoi personaggi, la risposta è dentro di te ma è sbagliata. E facilmente è sbagliata visti gli ultimi eventi. Spingere la popolazione di Gaza fuori dalla striscia (dove però? In Egitto? In Giordania? Sarebbe una follia e l‘inizio di una nuova tragedia) e l‘occupazione dei rimanenti territori palestinesi in Cisgiordania non è soluzione facilmente praticabile neppure per le fameliche falangi di coloni e per le truppe di occupazione a Gaza.
Quello che più colpisce e preoccupa in questa fase è proprio l‘apparente assenza di strategia a lungo termine sia del governo israeliano che dei suoi alleati. Si puo‘ sconfiggere Hamas, si può anche distruggere l‘apparato militare di Habollah ma la questione palestinese rimane irrisolta. Non si può pensare che tutto si possa giocare sul piano militare, una soluzione politica andrà pur trovata prima o poi e questo è il vero punto interrogativo, chi tra i vari players avrà la lucidità e la lungimiranza di trovare l‘accordo per la costituzione di uno stato per il popolo palestinese? Senza questo obiettivo qualsiasi vittoria militare per il governo israeliano sarà una vittoria di Pirro. Non ci sarà pace per Israele senza una terra di pace per il popolo palestinese.






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