Lailuma aveva trentacinque anni. Nel Badakhshan, nell’Afghanistan nordorientale, aveva aperto un ristorante riservato alle donne e un laboratorio di sartoria. Sette donne lavoravano nel locale, undici ragazze nel laboratorio e imparavano un mestiere. Dopo che i talebani avevano chiuso scuole e università alle ragazze, lei aveva scelto di costruire quello che ancora si poteva costruire: lavoro, autonomia, un luogo dove incontrarsi. Cercava anche di sottrarre alcune giovani ai matrimoni forzati. All’inizio di maggio qualcuno l’ha aspettata mentre arrivava al ristorante e le ha sparato. Gli assassini non sono stati identificati e non sappiamo perché sia stata uccisa. Sappiamo però che Lailuma aveva ricevuto minacce anonime e che, dopo il suo assassinio, alcune donne della zona hanno smesso di lavorare per paura di fare la stessa fine.
La storia potrebbe finire qui: una donna assassinata in uno dei Paesi più pericolosi del mondo per essere donna. Ma sarebbe raccontata male. Perché prima di essere uccisa Lailuma aveva già fatto qualcosa che i suoi assassini non possono cancellare: aveva dimostrato ad altre donne che potevano lavorare. E quelle undici ragazze avevano scoperto di poter imparare.
Forse è questa la caratteristica della più grande rivoluzione riuscita del nostro tempo. La rivoluzione delle donne non ha conquistato il Palazzo d’Inverno, non ha issato una bandiera sul tetto di un governo, non ha un comitato centrale e neppure una data precisa dalla quale far cominciare la storia. Ma non torna indietro.
Le chiudono in casa, loro aprono una scuola
L’Afghanistan è il luogo estremo nel quale verificare questa rivoluzione. Cinque anni di talebani hanno quasi espulso le donne dalla vita pubblica: lavoro ridotto al minimo, ragazze escluse dall’istruzione secondaria e superiore, libertà di movimento soffocata. Soltanto il cinque per cento delle donne partecipa al mercato del lavoro. L’Afghanistan rimane l’unico Paese al mondo nel quale ragazze e donne non possono accedere normalmente alla scuola oltre il livello primario e all’università.
E tuttavia non sono scomparse. Quando chiudono una scuola, una cucina diventa un’aula. Quando impediscono di lavorare negli uffici, il lavoro entra nelle case. Quando la porta dell’università viene sbarrata, una ragazza cerca una lezione sul telefono. SOLAx, la piattaforma gratuita costruita dalla School of Leadership, Afghanistan e pensata anche per telefoni e connessioni precarie, raggiunge decine di migliaia di persone, in larghissima parte ancora dentro il Paese. Radio, corsi online, scuole clandestine, laboratori e piccole imprese continuano a costruire spazi che il regime prova a chiudere.
Ma attenzione a non trasformare questa straordinaria capacità di resistenza in una favola consolatoria. Shabana Basij-Rasikh, che da bambina aveva frequentato lei stessa scuole clandestine durante il primo regime talebano e oggi guida SOLA, insiste su un punto essenziale: l’istruzione online non può sostituire quella in presenza e soprattutto non deve diventare una giustificazione per quello che sta accadendo in Afghanistan.
È una distinzione fondamentale. Una cucina trasformata in aula racconta il coraggio delle donne. Racconta anche l’orrore di un sistema che le costringe a studiare in cucina. È resistenza, non libertà. La capacità delle donne afghane di sopravvivere non può diventare l’alibi con il quale il resto del mondo impara a convivere con i talebani.
Donna, vita e libertà non è finita
Poco più a ovest, l’Iran racconta un’altra fase della stessa storia. Donna, vita e libertà non ha rovesciato la Repubblica islamica. Gli apparati hanno represso le proteste e oggi, mentre la guerra rafforza Pasdaran e strutture di sicurezza, la repressione continua.
Eppure sarebbe un errore misurare quella rivoluzione soltanto contando i seggi conquistati o i governi caduti. Il rapporto di moltissime iraniane con il velo, con l’autorità religiosa, con la strada, con gli uomini e con il proprio corpo è cambiato. Un governo può arrestare una donna. È molto più difficile convincerla nuovamente che aveva ragione chi pretendeva di stabilire per lei come dovesse vivere. È la differenza tra vincere un’elezione e cambiare una società.
Non esiste soltanto Kabul
Naturalmente Afghanistan, Iran, Italia e Stati Uniti non sono la stessa cosa. Confonderli sarebbe una stupidaggine prima ancora che un’ingiustizia. Una donna italiana non vive sotto il regime dei talebani e una donna americana non rischia la polizia religiosa perché mostra i capelli. Ma il patriarcato non ha bisogno di presentarsi ovunque con lo stesso vestito.
Negli Stati Uniti la caduta di Roe v. Wade nel 2022 ha cancellato il diritto costituzionale federale all’aborto e consegnato agli Stati la possibilità di restringerlo. Nel 2026 le organizzazioni antiabortiste continuano a premere sull’amministrazione Trump perché limiti ulteriormente l’accesso alla mifepristone. Non è Kabul. È però ancora il corpo delle donne trasformato in territorio politico.
In Italia la rivoluzione entra nel letto, in ufficio e in famiglia
Naturalmente l’Italia non è l’Afghanistan. Ma la rivoluzione delle donne non si misura soltanto contando quante possano uscire di casa. Arrivata a un certo punto entra in territori molto più quotidiani e proprio per questo difficili da conquistare: chi decide nel rapporto sessuale, chi guadagna di più, chi rinuncia al lavoro quando nasce un figlio, chi cucina, chi accompagna il bambino dal pediatra, chi assiste un genitore anziano.
Persino una parola può diventare un campo di battaglia. Alla Camera era stato approvato all’unanimità un testo sulla violenza sessuale costruito attorno al «consenso libero e attuale». Al Senato Giulia Bongiorno, presidente leghista della commissione Giustizia e relatrice del provvedimento, ha presentato un testo differente: al centro non c’è più il consenso, ma la «volontà contraria», il dissenso. La proposta è stata adottata dalla maggioranza come testo base, mentre le opposizioni hanno votato contro. L’iter non è concluso.
Bongiorno sostiene che la sua formulazione ampli comunque la protezione delle vittime e comprenda anche i casi nei quali una persona venga sorpresa o sia impossibilitata a manifestare il proprio rifiuto. Le opposizioni contestano invece proprio l’abbandono del consenso. Non è una disputa terminologica per giuristi. Dietro «consenso» e «dissenso» esistono due domande profondamente differenti: prima di un rapporto sessuale devo sapere che l’altra persona lo vuole oppure posso considerarlo possibile finché non manifesta che non lo vuole? Naturalmente il diritto penale deve proteggere anche l’imputato e stabilire fatti dimostrabili in un processo. Ma la rivoluzione culturale delle donne ha già spostato la domanda: il corpo di una persona non può essere considerato disponibile fino alla manifestazione del contrario.
Poi c’è il lavoro. Il problema italiano non può essere raccontato soltanto attraverso la differenza nella paga oraria. Bisogna mettere insieme occupazione femminile, part-time, interruzioni della carriera, accesso ai ruoli meglio retribuiti e pensioni. Spesso la disuguaglianza comincia molto prima della busta paga: quando nasce un bambino e qualcuno deve ridurre l’orario, rinunciare a una promozione o smettere temporaneamente di lavorare. E quel qualcuno continua troppo spesso a essere una donna.
Il congedo parentale è stato ampliato e dal 2026 può essere utilizzato dai lavoratori dipendenti fino ai quattordici anni del figlio. È un passo avanti. Ma la domanda viene subito dopo: quanto è parentale davvero il congedo parentale? La rivoluzione arriverà fino in fondo quando vedere un padre restare a casa con un neonato sarà normale quanto vedere una madre; quando un uomo non sarà considerato quello che «aiuta» nella cura dei figli perché quei figli sono anche suoi; quando la maternità non rappresenterà per un datore di lavoro un possibile costo e la paternità quasi nessuno.
È qui che femminicidio, consenso, salario, carriera, maternità e congedo parentale smettono di apparire questioni separate. Non hanno la stessa gravità e sarebbe assurdo equiparare un assassinio o una violenza sessuale a una discriminazione salariale. Ma attraversano tutti una domanda antichissima: quanto siamo realmente disposti ad accettare che una donna sia un essere umano autonomo, economicamente indipendente, proprietario del proprio corpo e non naturalmente destinato alla disponibilità sessuale, alla maternità e alla cura degli altri?
La rivoluzione delle donne non chiede agli uomini di concedere qualche diritto in più. Contesta l’idea stessa che quei diritti appartengano agli uomini e debbano essere concessi alle donne.
La guerra rimette gli uomini al centro
E poi ci sono le guerre. A Gaza le donne palestinesi sono state uccise, ferite, sfollate, private di assistenza sanitaria e costrette a occuparsi di bambini e anziani dentro una catastrofe umanitaria. Le israeliane hanno conosciuto il 7 ottobre, gli omicidi, i rapimenti e le violenze contro ostaggi e vittime. La guerra ha aggiunto altra violenza a società nelle quali religione, nazionalismo e identità collettive esercitano già un peso enorme.
Qui bisogna stare attenti alle scorciatoie: Netanyahu non è il mullah Omar e Israele non è l’Afghanistan. Ma militarizzare una società significa inevitabilmente consegnare maggiore centralità alle strutture fondate sulla forza, sulla gerarchia, sull’obbedienza, sul confine tra amico e nemico. E queste strutture, nella storia, sono quasi sempre state costruite dagli uomini. La guerra promette emancipazione molto raramente. Molto più spesso restituisce potere ai generali.
La rivoluzione che non ha un giorno della vittoria
Forse abbiamo sbagliato per molto tempo persino la definizione di rivoluzione. Abbiamo immaginato folle davanti ai palazzi, eserciti che cambiano bandiera, presidenti che fuggono in elicottero. Poi abbiamo contato i morti, aspettato il nuovo governo e deciso se la rivoluzione era riuscita oppure no.
Quella delle donne funziona diversamente. Comincia quando una bambina considera normale frequentare la stessa scuola di suo fratello. Quando una ragazza considera normale scegliere con chi vivere. Quando una lavoratrice pretende lo stesso salario. Quando una donna ritiene che nessun prete, ayatollah, politico, medico o marito possa decidere al posto suo se diventare madre. Quando un uomo considera tutto questo altrettanto normale.
Da quel momento tornare indietro diventa difficilissimo. Possono provarci i talebani chiudendo le scuole. Gli ayatollah imponendo il velo. Trump sostenendo politiche che restringono i diritti riproduttivi. Meloni governando insieme a una cultura politica che continua a considerare maternità e famiglia terreni di battaglia identitaria. Possono provarci i fondamentalismi religiosi, le guerre, i nazionalismi. Possono continuare i femminicidi, la violenza domestica, gli stupri, le discriminazioni. E possono vincere molte battaglie.
Ma esiste una differenza decisiva rispetto al passato: milioni di donne sanno ormai che quello non è l’ordine naturale delle cose.
Il delitto di Lailuma
Torniamo allora a Ishkashim. Lailuma aveva costruito un ristorante nel quale le donne potevano sedersi insieme a mangiare. Aveva aperto un laboratorio e insegnava un mestiere alle ragazze. Dava loro un mestiere. E quindi un reddito. Perché anche un salario può essere libertà: una possibilità in più di andarsene, di scegliere, di dire no.
Poi sono arrivati gli uomini armati. Dopo l’omicidio, alcune lavoratrici hanno smesso di uscire. È precisamente quello che vuole ottenere il terrorismo patriarcale, qualunque sia l’identità ancora sconosciuta degli assassini: non soltanto eliminare una persona, ma convincere tutte le altre a rientrare in casa.
Forse per qualche tempo ci riuscirà. Poi qualcuna riaprirà una porta. La chiamerà ristorante, sartoria, scuola clandestina, radio, consultorio, università, palestra o semplicemente casa propria.
Perché la rivoluzione delle donne ha una caratteristica che le altre rivoluzioni raramente hanno avuto: non deve aspettare di prendere il potere per cominciare a cambiare il mondo. Hanno ucciso Lailuma. Non quello che aveva cominciato.
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