Diritti

SENZA VOCE | Cinque anni di talebani hanno trasformato l’Afghanistan in un Paese dove raccontare la realtà può diventare un reato

Il 15 agosto 2021 i talebani entravano a Kabul. Cinque anni dopo non hanno soltanto cambiato il governo dell’Afghanistan. Hanno progressivamente ristretto lo spazio nel quale un Paese può raccontare se stesso.

Si può cominciare da un particolare apparentemente minore. Giornalisti di diverse province hanno raccontato al Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) che ormai gli argomenti sui quali è possibile lavorare senza esporsi eccessivamente sono diventati pochissimi. Sanità, istruzione. E gli incidenti stradali.

È difficile trovare un’immagine più precisa della censura. Non necessariamente una pagina bianca, ma una pagina sulla quale qualcuno ha già deciso che cosa può essere scritto.

A cinque anni dalla riconquista di Kabul, il Cpj denuncia arresti arbitrari, pestaggi, sorveglianza, intimidazioni, chiusure di emittenti e limitazioni all’accesso a internet. La repressione, sottolinea l’organizzazione, colpisce in maniera ancora più pesante le donne che lavorano nell’informazione.

Ma i numeri raccontano qualcosa di ancora più profondo.

Secondo Reporter senza frontiere (Rsf), nei primi tre mesi successivi al ritorno dei talebani scomparve il 43 per cento dei media afghani. Dei circa dodicimila giornalisti presenti nel Paese nel 2021, più di due terzi hanno successivamente abbandonato la professione. Otto giornaliste su dieci hanno smesso di lavorare.

Nell’indice mondiale sulla libertà di stampa 2026 di Rsf, l’Afghanistan occupa il 175° posto su 180 Paesi.

PRIMA IL VOLTO, POI LA VOCE

Per capire cosa è successo alle donne dell’informazione afghana bisogna osservare la progressione dei divieti.

Dopo la conquista di Kabul le giornaliste furono allontanate dall’emittente pubblica. Successivamente arrivarono limitazioni alla partecipazione alle conferenze stampa, restrizioni negli spostamenti e l’obbligo per le presentatrici televisive di coprirsi il volto.

Poi, in alcune province, si è arrivati alla voce. La legge sulla Promozione della virtù e la prevenzione del vizio del 2024 ha ulteriormente irrigidito il sistema di controllo e, secondo Rsf, numerose redazioni hanno progressivamente rinunciato ai contenuti dedicati alle donne.

Non significa soltanto impedire a una giornalista di lavorare. Significa sottrarre alla società afghana una parte della propria rappresentazione.

Prima scompare una firma. Poi un volto. Poi una voce. Alla fine rischia di scomparire dalla sfera pubblica la persona stessa.

SESSANTOTTO PERSONE AUTORIZZATE A PARLARE

La censura afghana non riguarda però soltanto chi può fare il giornalista. Riguarda anche chi può essere considerato una fonte.

Nel 2024 le autorità talebane hanno vietato le trasmissioni politiche in diretta, proibito le critiche al governo e limitato le interviste a una lista di 68 analisti autorizzati. È un passaggio fondamentale. Per controllare l’informazione non è sempre necessario scrivere gli articoli al posto dei giornalisti. Può bastare stabilire chi abbia diritto di parlare con loro.

La fonte diventa autorizzata. L’esperto diventa autorizzato. L’argomento diventa autorizzato. A quel punto il giornalismo può perfino continuare formalmente a esistere, ma il perimetro della realtà raccontabile è già stato deciso altrove.

Nel febbraio 2025 è stata chiusa Radio Begum, emittente gestita da donne. Afghanistan International, con sede a Londra, è stata bloccata. Nella provincia di Takhar sono state vietate trasmissioni televisive e riprese pubbliche; nel Nangarhar sono state sospese le licenze di quattordici organi di informazione.

E mentre diminuiva lo spazio dell’informazione indipendente cresceva quello direttamente controllato dal potere: secondo il Cpj, entro il 2025 i talebani gestivano circa quindici fra importanti televisioni, radio, giornali e piattaforme digitali.

Non basta più chiamarla censura. È la costruzione di un ecosistema informativo.

SPEGNERE INTERNET

C’è poi uno strumento ancora più semplice. Spegnere tutto.

Nel settembre 2025 la connessione internet in fibra ottica è stata bloccata in diverse province. Alla fine dello stesso mese l’Afghanistan ha subito un blackout di internet di circa quarantotto ore.

Quando una rete viene interrotta, un giornalista non perde soltanto la possibilità di pubblicare. Perde contatti, fonti, strumenti di verifica, comunicazioni con le redazioni e spesso una parte della propria sicurezza.

Il controllo dell’infrastruttura diventa così controllo dell’informazione. È una forma di censura che non ha bisogno di cancellare una frase perché impedisce alla frase di partire.

LA REPRESSIONE NON È FINITA

Non stiamo raccontando soltanto i primi mesi seguiti alla caduta di Kabul.

Nel maggio 2026 agenti dell’intelligence talebana hanno arrestato giornalisti di TOLOnews, perquisito gli uffici dell’emittente, confiscato telefoni e interrogato dipendenti. Il 14 maggio persino la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, Unama, ha espresso pubblicamente «seria preoccupazione» per la detenzione di almeno tre giornalisti e per le segnalazioni di aggressioni e confische durante le operazioni delle autorità.

A giugno uomini armati del ministero della Giustizia hanno costretto Tamadon TV a interrompere le trasmissioni e sigillato gli uffici di Kabul. Era una delle ultime televisioni che continuavano a proporre programmi sciiti. Il direttore Mohammad Rahmati e l’operatore Mohammad Reza Ehsani sono stati successivamente arrestati.

Rsf segnala attualmente quattro giornalisti detenuti nel Paese. La paura produce poi una censura molto più difficile da misurare: quella che precede la pubblicazione. Il giornalista sa quali domande potrebbero costargli un interrogatorio, quali fonti potrebbero metterlo sotto osservazione, quali argomenti potrebbero provocare la chiusura della sua redazione.

A un certo punto non occorre più ordinare il silenzio. Il silenzio è stato imparato.

L’ESILIO NON È SEMPRE SALVEZZA

Centinaia di giornalisti hanno scelto l’unica possibilità rimasta: andarsene. Ma attraversare una frontiera non significa necessariamente essere al sicuro.

Molti giornalisti afghani sono fuggiti soprattutto nei Paesi confinanti. In Pakistan la loro condizione è diventata talmente grave che nel marzo 2026 Cpj, Rsf e Free Press Unlimited hanno scritto al primo ministro Shehbaz Sharif chiedendo di fermare arresti e deportazioni.

Dall’inizio del 2026 le organizzazioni avevano documentato una ventina di arresti. Al momento della lettera, almeno nove giornalisti erano già stati rimandati in Afghanistan. Significa essere scappati da chi ti perseguitava e scoprire che qualcuno potrebbe riconsegnarti nelle sue mani.

È la seconda prigione dell’esilio: non avere più una casa e non essere ancora arrivati in un luogo nel quale sia possibile sentirsi al sicuro.

NON È UNA STORIA MEDIEVALE

Sarebbe rassicurante archiviare tutto questo sotto una parola: talebani.

Un regime religioso estremista, un Paese lontano, una concezione della società incompatibile con una democrazia moderna. Ed è certamente così. Ma sarebbe un errore considerare irrilevante per noi il meccanismo attraverso il quale quel sistema è stato costruito. Perché esiste una domanda che riguarda qualsiasi società: chi decide quali fonti sono legittime?

In Afghanistan la risposta viene imposta con strumenti brutali: polizia, intelligence, arresti, divieti, chiusure, oscuramento delle reti. Nelle democrazie gli strumenti e le condizioni sono profondamente differenti e sarebbe sbagliato sovrapporli. Ma proprio l’estremizzazione afghana rende visibile una regola più generale: il pluralismo dell’informazione dipende anche dalla pluralità delle persone che possono produrla, delle fonti che possono alimentarla e delle domande che possono essere poste.

Quando quelle possibilità si restringono, si restringe anche la realtà disponibile ai cittadini. Per questo la libertà di stampa non riguarda principalmente i giornalisti. Riguarda chi legge.

CINQUE ANNI DOPO

Il 15 agosto 2021 il mondo guardava le immagini dell’aeroporto di Kabul, gli aerei in partenza, uomini e donne aggrappati alla speranza di riuscire a fuggire. Cinque anni dopo quelle immagini sono diventate più rare. Ed è forse questo uno dei risultati più profondi ottenuti dai talebani.

L’Afghanistan continua ad esistere. Le donne continuano ad esistere. I giornalisti continuano a cercare storie, fonti e parole. Ma una parte sempre più grande di quella realtà fatica ad attraversare i confini del Paese e persino quelli della propria città.

Rimangono gli incidenti stradali. È possibile raccontare chi è morto su una strada. Molto più difficile raccontare la strada sulla quale sta andando un intero Paese.



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