Editoriale

Si stava meglio quando si andava a Pratica di Mare con Silvio Berlusconi. Sergio Romano: “La responsabilità non è solo della Russia. Sono gli Stati Uniti che hanno cambiato politica”

Nei giorni in cui si vive la speranza che gli incontri, che si stanno svolgendo in Turchia tra esponenti di entrambi i fronti della guerra russo ucraina, portino a risultati positivi, torna alla mente una data e un evento che avrebbe dovuto determinare un nuovo rapporto tra le repubbliche ex sovietiche e in particolare la Russia e il mondo occidentale, in particolare la NATO. L’evento in questione è la riunione che si svolse nel mese di maggio del 2002 presso la base militare italiana di Pratica di Mare promosso dall’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi. L’incontro, nelle intenzioni degli organizzatori, doveva rappresentare un evento simbolico di una nuova era, in quanto si sosteneva che la Guerra Fredda fosse “terminata”.

In quella occasione NATO e Russia firmarono un documento storico (“NATO-Russia Relations: A New Quality”) che istituiva il Consiglio NATO-Russia, un forum permanente per la cooperazione su sicurezza, lotta al terrorismo e gestione delle crisi. L’accordo mirava a superare le divisioni della Guerra Fredda, con impegni formali a evitare minacce militari reciproche e a costruire una “pace duratura” nell’area euro-atlantica.

La firma, avvenuta a Pratica di Mare del documento “NATO-Russia Relations: A New Quality”, fu a suo modo un momento storico. La Russia era all’inizio della prima ripresa economica dopo la caduta dell’Unione Sovietica, e la sfida delle influenze sul piano globale sembrava essere stata vinta dagli Stati Uniti in modo definitivo. Questo accordo fu preceduto da altri momenti di collaborazione. Nel 1996 la Russia appoggiò la missione NATO in Bosnia per applicare l’accordo di pace che mise fine alla guerra civile. L’anno dopo, sulla scia di questa prima collaborazione, fu firmato il “Founding Act on Mutual Relations, Cooperation, and Security”, un primo impegno reciproco ad astenersi da minacce e uso della forza. L’accordo tenne anche nel 1999, nonostante l’intervento della NATO in Kosovo minacciasse gli interessi della Serbia, uno storico alleato prima dell’Unione Sovietica e poi della Russia.

A dispetto delle buone intenzioni iniziali i rapporti tra i due blocchi andarono velocemente deteriorandosi. L’adesione di Paesi ex-sovietici (Estonia, Lettonia, Lituania nel 2004) e l’annuncio di futuri allargamenti (Ucraina e Georgia nel 2008) furono percepiti da Mosca come una minaccia alla sua “sfera di influenza”. La Russia interpretò queste mosse come una violazione degli accordi informali post-1991. Da parte sua Putin consolidò il potere attraverso arresti di oppositori (es. Mikhail Khodorkovsky nel 2003) e l’uso della forza in Cecenia, con migliaia di vittime civili.

Nonostante il palese fallimento dell’accordo il consiglio NATO-Russia ha continuato ad esistere negli anni successivi anche se, come scrisse Radio Free Europe, è diventato “l’ombra di se stesso” e “ridotto a un luogo di pretese e accuse”. In uno degli ultimi incontri, avvenuto nell’ottobre del 2017, i funzionari russi e occidentali si sono limitati a scambiarsi informazioni sull’enorme esercitazione militare russa in Bielorussia tenuta a settembre, e a un “confronto franco” (leggi discussione animata e infruttuosa) sul ruolo delle potenze straniere in Afghanistan.

Secondo la narrazione occidentale la guerra in Georgia nel 2008 con l’intervento russo per sostenere le regioni separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud segnò una rottura definitiva con lo “spirito di Pratica di Mare”, dimostrando la volontà di Putin di usare la forza per tutelare gli interessi russi. Il punto di non ritorno, poi, arrivò con l’annessione della Crimea nel 2014 quando Mosca invase e annesse la penisola ucraina, violando il diritto internazionale e gli accordi post-Guerra Fredda. La mossa fu giustificata con la protezione dei cittadini russofoni e la difesa dall’accerchiamento NATO.

Nelle more di questa narrazione, però, c’è una lettura più approfondita che fa risalire le varie crisi collaterali che hanno portato all’escalation con l’invasione dell’Ucraina del 2022. Finita la sbornia propagandistica che faceva risalire ogni responsabilità a Vladimir Putin e alla dirigenza russa per cui ogni tentativo di analisi della situazione veniva accusata di filo putinismo, cominciano ad emergere analisi ed opinioni anche da personaggi che non possono, per la loro storia, essere accusati di connivenza con il nemico. E’ il caso dell’ambasciatore Sergio Romano che, in più occasioni, ha dato un’interpretazione del fallimento dello “spirito di Pratica di Mare” diverso dalla vulgata propagandistica corrente.




Secondo l’ambasciatore “la responsabilità non è solo della Russia. Siamo noi che abbiamo cambiato politica, o perlomeno, per meglio dire, sono gli Stati Uniti che hanno cambiato politica. Sono gli Stati Uniti che, a partire da Clinton, a un certo punto, a freddo  (esistono ormai documenti su questo) hanno deciso di accettare all’interno della NATO tutti i paesi che si erano liberati dall’Unione Sovietica. Ora la NATO non è accordo qualsiasi, la NATO è un organismo creato per fare la guerra, il suo mestiere è fare la guerra. Certo, ci sono ragioni di sicurezza per cui c’è un patto di mutuo soccorso. Ma la NATO è anche un’altra cosa, perché il capo di Stato maggiore o se preferite il comandante supremo della NATO va in ufficio tutte le mattine di ogni santo giorno per fare quello che fanno i capi di stato maggiore, studiare la prossima guerra. E allora, se voi foste russi, constatereste che questo organismo costituito per fare la guerra sta avanzando continuamente verso di voi, reagireste insomma. E questo quindi è quello che abbiamo creato, un processo infernale in cui era inevitabile che i russi avrebbero reagito.”

C’è un altro passaggio interessante del discorso di Sergio Romano, espresso anche in occasione del suo libro “Atlante delle Crisi Mondiali”, il 16 maggio 2018, nel quale dà una lettura della natura profonda della democrazia americana: “Gli Stati Uniti sono una straordinaria democrazia, geniale per certi aspetti, ma è una democrazia militare, è sempre stata una democrazia militare, qualche volta addirittura militarista. E quindi ha bisogno di avere un esercito forte e l’esercito oltretutto è il suo ceto sociale più rispettato da cui, fra l’altro, derivano personaggi destinati alla vita civile come alcuni segretari di Stato o un Presidente come Dwight David Eisenhower. È una democrazia assolutamente rispettabile sotto il profilo del rispetto dei valori umani, ma è anche una democrazia militare e militarista e quindi io sono convinto, fosse un po’ banale dirlo, che hanno bisogno di un nemico, di un potenziale nemico per compattare la propria opinione pubblica e rimarcare la propria ragion d’essere.”

Quella di un’America militare e militarista è una visione che, se espressa da altri, farebbe scattare subito una reazione che porterebbe, come minimo, alle solite critiche di antiamericanismo. Ma tutto si può dire di Sergio Romano meno che abbia un pregiudizio antiamericano. Una cosa è certa, la verità, se mai verrà scritta, dovrà emergere dalla documentazione che gli storici saranno in grado di visionare quando saranno tolti i veti ed i segreti su tutti questi fatti. Come sempre c’è bisogno di uno sguardo più ampio di quanto l’attualità ci consente per comprendere ciò che sta succedendo sotto i nostri occhi.




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