Politica

Tutto va bene, madama la marchesa. La farsa del governo sui dati economici mentre un disinteresse generale vanifica i referendum promossi da un’opposizione dissociata

Se seguissimo la narrazione che fa il governo Meloni e la gran parte degli organi di stampa, ci faremmo l’idea che l’economia dell’Italia stia vivendo una nuova era dell’oro. A più riprese membri della maggioranza hanno sottolineato come tutti i dati economici volgano al meglio. Peccato che a smentirli siano i dati reali.  Negli ultimi due anni la produzione dell’industria italiana è scesa, e non di poco. C’è stato un -2 per cento nel 2023 e poi addirittura un -3,5 per cento in media nel 2024, con 42 miliardi di euro di incassi in meno. L’ultimo dato comunicato dall’Istat riguarda lo scorso dicembre: l’ennesimo calo, per il 23esimo mese consecutivo. La produzione a dicembre è scesa del 7,1 per cento rispetto a un anno prima: per trovare un dato peggiore di questo bisogna tornare al periodo del Covid.

E dato che, notoriamente, le bugie hanno le gambe corte, lo scorso 10 aprile, il governo italiano ha presentato il cosiddetto documento di finanza pubblica, un documento formale che il governo deve inviare a Bruxelles entro il 30 aprile di ogni anno, in cui conferma o smentisce le previsioni di economia fatte nell’ultima legge finanziaria. Ebbene, con uno strano bagno di umiltà, il governo ha ammesso che quest’anno l’Italia non crescerà del 1,2 per cento, come aveva previsto a dicembre, crescerà solo dello 0,6 per cento, come in realtà avevano già detto tutti gli analisti a partire dal 20 aprile. Il governo pertanto ammette che siamo in presenza di una contrazione dell’economia italiana. Per evitare però di aggravare l’analisi della situazione all’interno di questo documento non si fa cenno alcuno a quale potrebbe essere l’effetto dei dazi sull’economia e, soprattutto, non vi è traccia dell’effetto del previsto aumento delle spese della difesa sul debito pubblico.

Il buon senso ci porta a porci delle semplici domande: se il governo deve spendere più soldi per la difesa, dove li prende questi soldi? E se il governo deve stimare l’effetto dei dazi, dove prenderà i soldi per aiutare le imprese? Giorgia Meloni ha annunciato l’intenzione del governo di investire 25 miliardi di euro a favore delle imprese senza però indicare a quale posta di bilancio verranno imputati.

Questo è il quadro economico all’interno del quale si dovrebbe (perché in effetti non ve n’è traccia) inserire il dibattito sui 5 referendum in programma l’8 e il 9 giugno. Intorno al mondo del lavoro si è fatta sempre molta propaganda mescolando dati reali a letture a dir poco fantasiose della realtà a partire dal costo del lavoro lamentato dagli imprenditori come più elevato degli altri paesi. Il cuneo fiscale secondo dati ufficiali dell’OCSE in Italia è del 45,1% contro il 47,9% della Germania, il 46,8% della Francia e addirittura il 52,7% del Belgio solo per fare qualche esempio. Nonostante ciò, gli stipendi in Italia sono fermi da decenni mentre nel resto dell’Europa si registrano aumenti anche consistenti.

In conseguenza di questa situazione oltre sessantamila giovani ogni anno si trasferisce all’estero e di questi il 58% va a svolgere lavoro non qualificato che in Italia spesso è coperto dagli immigrati, il motivo va ricercato proprio nella paga oraria e nelle differenze delle tutele dei contratti di lavoro. In Italia, infatti, solo il 16% dei nuovi contratti sono a tempo indeterminato, il resto sono tutti a tempo determinato mentre la paga oraria in Italia è più bassa di quella della Germania, della Francia, del Belgio, dell’Austria, dell’Inghilterra e degli Stati Uniti.

I referendum affrontano anche il tema delle relazioni sindacali per quanto riguarda i licenziamenti. È falso, come recita una consolidata narrazione che in Italia sia difficile se non impossibile licenziare. Dopo la riforma a Biagi, la riforma a Maroni, la riforma a Fornero e la riforma del Jobs Act, le regole per il licenziamento in Italia sono allineate alle regole dell’Unione Europea tant’è vero che l’Unione Europea non è più intervenuta sul mercato del lavoro italiano ritenendolo allineato a quello con il resto dell’Europa. Non è vero, pertanto, che il mercato del lavoro in Italia è un mercato ingessato.

L’economia è un tema allo stesso tempo importante per la vita di ognuno di noi ed estremamente complicato da comprendere specialmente in presenza della costante propaganda ottimistica del governo. Sarà, pertanto, davvero difficile convincere gli elettori a recarsi alle urne, troppo complessa la materia, troppo contraddittorie le informazioni. Manca davvero troppo poco tempo per iniziare adesso un dibattito serio, ammesso che ci sia qualcuno intenzionato a farlo.




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