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VIDEO | Un attacco di droni russi nel nord-est dell’Ucraina uccide nove persone

Un drone russo ha colpito sabato un autobus passeggeri nella regione nord-orientale di Sumy, in Ucraina, uccidendo nove persone e ferendone altre quattro, hanno riferito funzionari ucraini. L’attacco è avvenuto poche ore dopo che Mosca e Kiev avevano tenuto i loro primi colloqui di pace diretti da anni, che non avevano portato a un cessate il fuoco .

La polizia nazionale ucraina ha diffuso delle foto che mostrano le conseguenze dell’attacco nella città di Bilopillia, nella contea di Sumy, a circa dieci chilometri dalla linea del fronte e dal confine con la Russia.

Nessuno ha potuto verificare in modo indipendente i dettagli dell’attacco e non vi è stato alcun commento da parte di Mosca.

“Si tratta di un altro crimine di guerra da parte della Russia: un attacco deliberato ai trasporti civili che non rappresentava alcuna minaccia”, ha affermato l’amministrazione regionale di Sumy in un post sull’app di messaggistica Telegram.

A Bilopillia è stato dichiarato un periodo di lutto nazionale da sabato a lunedì; il capo della comunità locale Yurii Zarko ha definito il giorno dell’attacco “Sabato nero”.

Secondo quanto riportato dal quotidiano locale Suspilne, i passeggeri dell’autobus stavano venendo evacuati da Bilopillia al momento dell’attacco. Le autorità stanno lavorando per identificare alcune delle vittime, la maggior parte delle quali donne anziane.


Guerra Russia-Ucraina: Zelenskyy sfida Putin a incontrarlo personalmente in Turchia


I feriti sono stati trasportati in un ospedale di Sumy, capoluogo della regione. Tre persone sarebbero in gravi condizioni.

Venerdì, funzionari russi e ucraini si sono incontrati in Turchia nel tentativo di raggiungere un cessate il fuoco temporaneo, ma i colloqui si sono conclusi dopo meno di due ore senza una svolta. Si è trattato del primo dialogo faccia a faccia tra le due parti dalle prime settimane dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte di Mosca, nel febbraio 2022.

E sebbene entrambe le parti concordassero su un ampio scambio di prigionieri, restavano chiaramente molto distanti sulle condizioni chiave per porre fine ai combattimenti.

Una di queste condizioni per l’Ucraina, sostenuta dai suoi alleati occidentali, è un cessate il fuoco temporaneo come primo passo verso una soluzione pacifica. Il Cremlino si è opposto a tale tregua, che rimane irraggiungibile.


Il presidente francese Emmanuel Macron, a sinistra, e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy partecipano a un vertice in cui i leader di 47 paesi e organizzazioni europee discuteranno di sicurezza, difesa e standard democratici, a Tirana, Albania, venerdì 16 maggio 2025. (Leon Neal/Pool tramite AP)

Il presidente francese Emmanuel Macron, a sinistra, e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy partecipano a un vertice in cui i leader di 47 paesi e organizzazioni europee discuteranno di sicurezza, difesa e standard democratici, a Tirana, Albania, venerdì 16 maggio 2025. (Leon Neal/Pool tramite AP)



Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato di aver discusso dei colloqui con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e con i leader di Francia, Germania, Regno Unito e Polonia. In un post su X, pubblicato durante un incontro dei leader europei in Albania , ha sollecitato “sanzioni severe” contro Mosca qualora rifiutasse “un cessate il fuoco completo e incondizionato e la fine delle uccisioni”.


Il ministro della Difesa ucraino Rustem Umerov parla con i giornalisti a Istanbul, Turchia, venerdì 16 maggio 2025. (AP Photo/Evgeniy Maloletka)

Il ministro della Difesa ucraino Rustem Umerov parla con i giornalisti a Istanbul, Turchia, venerdì 16 maggio 2025. (AP Photo/Evgeniy Maloletka)



Kiev e Mosca hanno concordato a Istanbul di scambiarsi mille prigionieri di guerra ciascuna, secondo i capi di entrambe le delegazioni, in quello che sarebbe il loro più grande scambio del genere. Entrambe le parti hanno anche discusso di un cessate il fuoco e di un incontro tra i rispettivi capi di Stato, secondo il capo delegato ucraino, il ministro della Difesa Rustem Umerov.

Medinsky, assistente del presidente Vladimir Putin, ha affermato che entrambe le parti hanno concordato di fornirsi reciprocamente proposte dettagliate di cessate il fuoco, con l’Ucraina che ha richiesto l’incontro dei capi di Stato, cosa che la Russia ha preso in considerazione.

Venerdì Zelenskyy si è recato a Tirana, in Albania, per incontrare i leader di 47 Paesi europei per discutere di sicurezza, difesa e standard democratici sullo sfondo della guerra.

Ha incontrato il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il primo ministro britannico Keir Starmer e il primo ministro polacco Donald Tusk.

“La pressione sulla Russia deve essere mantenuta finché la Russia non sarà pronta a porre fine alla guerra”, ha detto Zelenskyy su X, pubblicando una foto dei leader durante la chiamata, la seconda per il gruppo dal 10 maggio.

Hanna Arhirova






Il commento di Giovanni Savino

Vladimir Putin in questi mesi di continui contatti con l’amministrazione statunitense ha giocato a prendere tempo, provando di volta in volta a imporre la propria agenda: un atteggiamento non nuovo per il presidente russo, che ha improntato i venticinque anni alla guida del paese proprio sull’immagine del playmaker, reagendo di volta in volta in modo brutale verso chi provava, invece, a proporre – pacificamente o violentemente (Navalny e Prigozhin sono gli esempi più noti) – una linea diversa.

La tattica dilazionatoria del Cremlino, però, ha prodotto l’irritazione crescente di Donald Trump, le cui ambizioni di arrivare alla risoluzione della guerra in Ucraina in brevissimo tempo erano state tra i temi della campagna elettorale: le due tregue dichiarate unilateralmente dalla Russia, in occasione della Pasqua ortodossa e della Giornata della Vittoria il 9 maggio, sarebbero dovute servire – nell’ottica di Putin – a segnalare alla Casa Bianca la propria volontà di trattare, prendendo però comunque ulteriormente tempo.

Alla base dell’atteggiamento di Putin vi è l’idea di poter premere militarmente sull’Ucraina, puntando al raggiungimento di un punto di rottura: al fronte, nella situazione interna, nelle relazioni tra Kyiv e Washington, secondo il Cremlino vi è la possibilità nel medio termine di riuscire a piegare Volodymyr Zelensky e la sua amministrazione. Al tempo stesso, però, il dialogo intrapreso con gli americani è servito – almeno fino ad oggi – a rompere l’isolamento da parte occidentale, instaurando un canale diretto con la principale potenza politica, economica e militare dell’Alleanza Atlantica: a Mosca questo passaggio viene interpretato come un riconoscimento dello status internazionale della Russia; in questa visione, la situazione è percepita come un win-win per Vladimir Putin, che ritiene di poter vincere, al tavolo delle trattative o al fronte.

Vi è però un problema in questo ragionamento, e a causarlo sono i colloqui intavolati con gli americani, soprattutto per quanto concerne le possibilità di partnership economica e finanziaria, prospettive al centro degli incontri con Steve Witkoff, rappresentante statunitense, e Kirill Dmitriev, a capo del Fondo d’investimenti della Federazione Russa: le possibilità aperte dai contatti russo-americani hanno consentito la formazione, all’interno dell’establishment a Mosca, di posizioni favorevoli a un ulteriore sviluppo delle relazioni con Washington, nella prospettiva di ottenere la fine delle sanzioni e di investire congiuntamente in una serie di settori strategici. Eventualità che però potrebbero naufragare, qualora si arrivasse a un nulla di fatto con i negoziati per la pace in Ucraina e a un conseguente inasprimento dei rapporti oltreoceano.

L’incontro di Istanbul tra le delegazioni russa e ucraina, avvenuti venerdì 16 maggio, rientra in questo quadro: inizialmente proposto da Vladimir Putin in una conferenza stampa nella notte tra il 10 e l’11 maggio – orario scelto per esser coperta dai media statunitensi – poi caratterizzato dalla proposta di Zelensky di un summit tra presidenti, esso si è risolto in un rinvio a ulteriori colloqui, le cui tempistiche ad oggi sfuggono.

Se il leader russo riteneva di aver messo Kyiv in difficoltà, con un invito ritenuto impossibile da accettare e in favore di telecamere per il pubblico americano, si è poi ritrovato a dover far i conti con una controproposta ritenuta inaccettabile ma impossibile da contrastare pubblicamente: la delegittimazione della figura di Zelensky da parte dei media russi di regime e della propaganda va avanti dagli inizi della guerra (buon ultimo, l’episodio del fazzoletto scambiato per una bustina di cocaina durante l’incontro con Macron), e più volte Mosca ha ripetuto di non riconoscerlo come presidente; fornire però una risposta negativa avrebbe significato mostrare a Trump come in realtà non vi è alcuna volontà di negoziazione.

E i colloqui di venerdì scorso (sarebbero dovuti cominciare il giorno prima) hanno dimostrato le difficoltà: da parte russa si è ribadita, anche attraverso gli immancabili richiami storici del capo delegazione Vladimir Medinskij — già ministro della Cultura, autore di opere divulgative sulla storia della Russia improntate a una visione complottista, e figura controversa per via di una tesi di dottorato oggetto di polemiche per presunte irregolarità e contenuti discutibili – la volontà di voler giungere ad accordi solo sulla base di una capitolazione de facto dell’Ucraina. Una capitolazione che risulta impossibile da ottenere, con condizioni capestro per Kyiv e inaccettabili proprio per questo; d’altronde, le autorità ucraine sono riuscite a resistere alle pressioni provenienti da Oltreoceano, forse anche sorprendendo Mosca.

Oltre allo scambio di prigionieri di guerra concordato sulla formula 1000 per 1000, oggi i negoziati tra Russia e Ucraina risultano inefficaci perché non rispondono agli interessi di nessuna delle due parti, che ritiene di poter continuare a combattere. Kyiv pretende un cessate il fuoco incondizionato e rifiuta qualsiasi compromesso territoriale o sulla sovranità, mentre Mosca vorrebbe imporre condizioni irrealistiche, ma sa che l’Ucraina difficilmente cederà, almeno fino a quando sarà sostenuta dall’Occidente: per questo il Cremlino ritiene necessario aumentare la pressione sul campo di battaglia, “schiacciando” gli ucraini, come si è espresso Putin a fine marzo durante una visita alla base navale di Murmansk.

I veri interlocutori dovrebbero essere gli Stati Uniti, ma l’amministrazione Trump non ha organizzato i colloqui a Istanbul – nonostante la presenza di Marco Rubio in città e l’incontro avvenuto tra rappresentanti turchi, americani e ucraini prima del vertice con i russi – e appare priva della capacità di imporre un compromesso, sempre più scettica nei confronti di Mosca. Al momento non vi è uno scontro diretto tra gli Stati Uniti e la Russia, temuto da una parte russo che gongola di fronte a possibili schiarite nei rapporti economici e finanziari, ma il raffreddamento appare nelle cose, e le illusioni di una possibile risoluzione del conflitto appaiono ormai svanire all’orizzonte di nuove, possibili, escalation.




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