Ambiente

CEMENTO | Asfaltiamo la terra e poi ci lamentiamo del caldo

Il cambiamento climatico nelle città non è più una previsione. È già accaduto. Uno studio internazionale pubblicato su Urban Climate, al quale ha partecipato l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr, ha analizzato oltre undicimila città del mondo osservando caldo estremo, stress termico, siccità, precipitazioni intense e condizioni favorevoli agli incendi.

Per giornate e notti molto calde, il 100 per cento delle città analizzate aveva già superato prima del 2025 la normale variabilità climatica storica. Per stress termico, siccità e condizioni favorevoli agli incendi la quota è compresa tra il 77 e il 90 per cento. Le piogge estreme mostrano tempi differenti, ma anche lì il segnale climatico diventa progressivamente riconoscibile.

Non è soltanto una questione di temperatura globale. Oltre la metà delle città presenta, per gli estremi termici, cambiamenti più intensi rispetto alla propria media regionale. La città insomma accelera la crisi climatica. E lo fa anche per come l’abbiamo costruita: cemento, asfalto, tetti, parcheggi, piazzali, capannoni, strade e superfici impermeabili che assorbono calore durante il giorno e lo restituiscono lentamente durante la notte.

La controprova arriva da Cnr e Ispra. Le simulazioni del progetto Mirificus realizzate a Roma e Firenze mostrano che riforestazione urbana, nuovi alberi e depavimentazione possono ridurre la temperatura di oltre 4 gradi nelle ore più calde, con una diminuzione media giornaliera di circa 2-2,2 gradi. Non una teoria: a Settecamini, a Roma, e nell’area Mercafir-Piazza Artom di Firenze la differenza simulata tra la situazione attuale e quella ottenibile modificando le superfici urbane supera i 4 gradi tra le 9 e le 15.

Sappiamo dunque che cosa riscalda le città e sappiamo anche che cosa potrebbe raffreddarle. E continuiamo a fare il contrario.

UN PAESE CHE DIVORA TERRA

Nel 2024 in Italia sono stati coperti da nuove superfici artificiali quasi 84 chilometri quadrati, il 16 per cento in più dell’anno precedente. Il consumo netto di suolo ha superato i 78 chilometri quadrati, il valore più alto dell’ultimo decennio. Significa perdere circa 10 mila metri quadrati di terreno ogni ora.

Basta percorrere molte strade statali, provinciali e grandi vie di accesso alle città per vedere che forma assume questo sviluppo: capannoni, supermercati, piazzali, concessionarie, depositi, centri logistici, edifici commerciali uno accanto all’altro. Nuovo cemento steso lungo le arterie di comunicazione mentre nei paesi e nelle periferie restano immobili vuoti, vecchie officine, case abbandonate, cascine, piccoli edifici spesso belli, solidi e recuperabili.

Ristrutturare significa recuperare un pezzo di territorio e della sua storia. Costruire un altro parallelepipedo di cemento significa consumare altro suolo, impermeabilizzarlo, aumentarne la temperatura e chiedere nuove strade, nuovi parcheggi, nuova illuminazione, nuovi servizi. Poi arrivano le estati sempre più calde e scopriamo che servono alberi. È una curiosa forma di progresso: prima togliamo terra e ombra, poi spendiamo denaro per cercare di ricrearle.

ANCHE I CACHI HANNO PERSO IL CALENDARIO

Il problema non finisce al bordo del marciapiede. Quest’anno abbiamo visto cachi maturare con quasi due mesi d’anticipo rispetto a quanto eravamo abituati a osservare. È un’esperienza locale, non un dato nazionale, ma descrive bene un fenomeno che l’agronomia conosce e misura: la fenologia delle piante cambia con temperatura, radiazione solare, disponibilità d’acqua e condizioni del terreno.

Il Crea monitora proprio germogliamento, fioritura, sviluppo e maturazione dei frutti perché caldo, siccità, gelate tardive, grandine, insetti e patogeni possono produrre effetti completamente diversi secondo il momento in cui colpiscono la pianta.

I cambiamenti climatici stanno già mettendo sotto pressione le colture arboree da frutto: temperature più elevate, piogge irregolari e minore disponibilità d’acqua modificano la fisiologia delle piante e possono compromettere produttività e qualità dei frutti. Il calendario agricolo diventa così meno prevedibile. Una fioritura anticipata può incontrare una gelata. Una maturazione troppo rapida può modificare pezzatura e qualità. La siccità aumenta il bisogno di irrigazione. Temperature più alte possono favorire la diffusione o l’allungamento della stagione di alcuni insetti e patogeni.

E ogni passaggio ha un costo. Più acqua, più energia, più lavoro, maggiori perdite di prodotto, nuovi interventi fitosanitari. Il cambiamento climatico non arriva al supermercato con un’etichetta sulla confezione: arriva incorporato nei costi di produzione e nella maggiore instabilità delle forniture. L’Agenzia europea dell’ambiente stima che, senza adeguate misure di adattamento, entro il 2050 il cambiamento climatico potrebbe contribuire a un aumento dei prezzi alimentari fino al 20 per cento.

PESTICIDI, SALUTE E AMBIENTE

C’è poi il capitolo dei pesticidi. Un clima più caldo e instabile modifica anche la pressione esercitata da insetti e malattie sulle colture e può spingere verso un maggiore ricorso ai trattamenti.

Sul cibo che arriva sulle tavole europee i controlli rimangono molto elevati. L’ultimo rapporto Efsa ha esaminato oltre 125 mila campioni: nel programma coordinato europeo il 98,8 per cento risultava conforme ai limiti di legge e la valutazione complessiva indica un rischio basso per la salute dei consumatori derivante dai residui rilevati.

Questo non chiude la questione ambientale. L’uso dei fitofarmaci riguarda anche il suolo, l’acqua, la biodiversità, gli insetti impollinatori e l’esposizione di chi lavora nei campi. E soprattutto mostra quanto sia fragile un’agricoltura costretta a inseguire stagioni che cambiano sempre più rapidamente. Il punto non è avere paura di una pesca o di un pomodoro. È capire quanto costa continuare a mettere sotto pressione il sistema che li produce.

IL SUOLO NON È UNO SPAZIO VUOTO

Il filo che unisce una strada asfaltata, un capannone, un albero abbattuto, un campo secco e un frutto maturato troppo presto è il suolo. Il 95 per cento del nostro cibo dipende dal suolo. E il suolo non è una superficie libera in attesa di un progetto edilizio: trattiene acqua, ospita biodiversità, assorbe carbonio, riduce le temperature, permette alle piante di vivere e produce alimenti.

Quando lo copriamo perdiamo contemporaneamente tutte queste funzioni. Eppure continuiamo a trattare la rigenerazione dell’esistente come l’alternativa difficile e il nuovo cemento come quella naturale. Costruiamo ecomostri lungo le strade mentre lasciamo morire paesi, case, botteghe e fabbricati che potrebbero essere recuperati. Poi installiamo climatizzatori negli edifici nuovi, irrighiamo sempre di più i campi, corriamo dietro alle emergenze idriche e paghiamo prodotti agricoli più costosi.

Il climatizzatore raffredda una stanza e scarica calore fuori. Un albero fa il contrario. Un terreno libero assorbe l’acqua. Un piazzale asfaltato la respinge. Un campo produce cibo. Un parcheggio produce calore. La scienza ci sta spiegando da anni come funziona. A questo punto il problema non è più capire. È continuare a costruire come se non avessimo capito nulla.



SIAMO VECCHIA STAMPA — Se hai segnalazioni, documenti o proposte di articoli, scrivici. Il giornalismo vive anche delle fonti e delle idee dei lettori.


CONDIVIDERE È INFORMARE — I testi originali pubblicati da Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi citando chiaramente la fonte e indicando Fotosintesi.info.


 

Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi