L’ex presidente del Consiglio ha già scelto temi, tempi e linguaggio della prossima partita. A destra Salvini e Tajani consumano leadership; nel campo progressista si discute ancora di formule e perimetri.
Giuseppe Conte a Palazzo Chigi c’è già stato due volte. La prima con Matteo Salvini, la seconda con il Pd. Adesso sta facendo qualcosa di diverso: sta costruendo con largo anticipo le condizioni politiche per giocare una terza partita. Non serve trasformare un’analisi politica in una profezia: le elezioni non sono ancora state celebrate e i sondaggi fotografano soltanto il momento. Ma una cosa si può già osservare: mentre buona parte del centrosinistra continua a discutere di perimetri, federatori, Renzi sì, Renzi no e altre quisquilie da addetti ai lavori, Conte ha cominciato a parlare dei temi sui quali immagina di giocarsi la prossima campagna elettorale: Palestina, guerra e riarmo, salario minimo, sanità pubblica, riduzione dell’orario di lavoro, redistribuzione e disuguaglianze.
«Altrimenti torno a Firenze»
La frase pronunciata a Diamante il 26 settembre sembra quasi dimessa. Conte dice di voler portare al tavolo della coalizione progressista le proposte raccolte con NOVA e aggiunge che, se non gli sarà consentito di realizzarle, tornerà serenamente al proprio lavoro, all’università di Firenze e allo studio legale. Sembra un passo indietro, ma è esattamente il contrario: il messaggio agli alleati è piuttosto semplice, io ci sono, ma non per fare numero.
Conte non annuncia ultimatum quotidiani, non ha bisogno di inventarsi ogni mattina un nemico interno e raramente offre al pubblico lo spettacolo dell’ira. Prepara, ascolta e poi si muove. È uno stile politico prima ancora che caratteriale. Giorgia Meloni ha costruito larga parte della propria immagine sull’energia del comizio, sulla voce alta, sulla contrapposizione, sull’appartenenza e sull’individuazione continua dell’avversario. Conte fa quasi il contrario: abito scuro, tono basso, frase controllata. Ma mentre la forma tranquillizza, i contenuti si spostano.
Calmo nella forma, molto meno moderato nella sostanza
Il Movimento ha fatto della contrarietà alla prosecuzione dell’invio di armi all’Ucraina uno dei propri terreni identitari e Conte porta nel campo progressista una posizione fortemente critica verso il riarmo, insieme a salario minimo, riduzione dell’orario di lavoro e intervento pubblico sulle disuguaglianze. E soprattutto parla di Gaza e Palestina senza aspettare che sia Giorgia Meloni, Donald Trump o qualcun altro a decidere quale debba essere l’argomento del giorno. Prova a costruire un’agenda invece di rincorrerla.
Salvini e il partito che torna al Nord
Dall’altra parte Matteo Salvini sembra vivere una situazione quasi speculare. Parla moltissimo, ma il problema ormai non è quante volte riesca a finire sui giornali o nei meme. È quello che accade al suo partito. L’ultimo Ipsos pubblicato dal Corriere della Sera colloca la Lega al 4,7 per cento e Futuro Nazionale di Roberto Vannacci all’8,8, mentre Fratelli d’Italia rimane al 26,4. È una fotografia, ma piuttosto eloquente. Salvini ha trasformato negli anni la Lega Nord in un partito nazionale, inseguendo immigrazione, sicurezza e sovranismo; oggi una parte consistente del vecchio mondo leghista torna a chiedergli esattamente il contrario: il Nord.
Luca Zaia lo ha detto senza troppi giri di parole a Pontida: il riferimento della Lega devono restare i territori settentrionali e c’è una «questione settentrionale» che deve avere risposte. I nordisti chiedono da mesi meno personalismo e più territorio. Perché gli amministratori locali devono occuparsi di imprese, infrastrutture, sanità, trasporti e manodopera, problemi molto meno divertenti di un post sui social.
E qui compare una delle contraddizioni più evidenti della destra italiana: la propaganda può continuare a presentare lo straniero come problema nazionale, ma vaste aree dell’economia settentrionale hanno bisogno ogni mattina di lavoratori immigrati nelle fabbriche, nell’agricoltura, nell’edilizia, nella logistica, nella ristorazione e nell’assistenza familiare, spesso accettando salari e condizioni che agli italiani non risultano particolarmente appetibili. Prima o poi propaganda e realtà finiscono per incontrarsi. Salvini ha dovuto convocare un congresso straordinario mentre cresce la pressione interna per restituire peso agli amministratori e alle radici territoriali del Carroccio. Il Ponte sullo Stretto può continuare a occupare titoli e dichiarazioni; a Treviso, Verona, Brescia e Bergamo hanno anche altro a cui pensare.
Tajani e il fantasma del proprietario
Antonio Tajani ha un problema diverso. È diventato il successore politico di Silvio Berlusconi senza poterne essere l’erede, e non è una differenza marginale. Berlusconi era Forza Italia, Tajani la dirige. Alle sue spalle rimane una famiglia che porta il nome del fondatore e continua ad avere un peso economico rilevante nella vita del partito. Nel 2025 i cinque figli di Berlusconi versarono centomila euro ciascuno nelle casse di Forza Italia; alla data del 23 settembre 2026 quei contributi non risultavano ancora rendicontati. Da Arcore hanno fatto sapere che arriveranno e che il ritardo avrebbe ragioni tecniche, ma dentro il partito l’attesa ha inevitabilmente prodotto interrogativi.
Questo non significa che Marina o Pier Silvio Berlusconi dirigano Forza Italia da una stanza di Arcore. Significa però che la famiglia che finanzia in misura rilevante il partito resta un interlocutore che nessun segretario può considerare irrilevante. E contemporaneamente Forza Italia cerca di recuperare un’identità liberale, europeista e laica che non sempre coincide con le battaglie identitarie degli alleati. Tajani dovrebbe rappresentare precisamente quello spazio, ma troppe volte le sue uscite pubbliche finiscono per generare una giornata di battute, rettifiche, video e meme invece di rafforzarne il profilo. Un leader può sopravvivere a una gaffe; più difficile è sopravvivere a lungo all’impressione di non riuscire a definire che cosa rappresenta.
Intanto arrivano le bollette
Naturalmente sarebbe sciocco raccontare una destra già sconfitta. Fratelli d’Italia nell’ultimo Ipsos resta al 26,4 per cento e, considerando anche Vannacci, il centrodestra è rilevato al 45,7 contro il 45,2 dell’area progressista. Ma la campagna elettorale futura avrà un protagonista che nel 2022 pesava diversamente: il costo della vita.
Ad agosto l’inflazione è salita al 3,3 per cento, dal 2,9 di luglio. Gli energetici regolamentati sono cresciuti del 18,6 per cento, quelli non regolamentati del 17 per cento. I prodotti ad alta frequenza d’acquisto del 4,3 per cento. Sono numeri Istat. Tradotti in italiano corrente significano benzina, elettricità, gas e spese quotidiane. Una famiglia può dimenticare la dichiarazione pronunciata ieri da un ministro; la bolletta arrivata stamattina molto meno.
La sinistra che torna a chiedere sinistra
Ed eccoci al punto centrale. Forse Conte ha intuito qualcosa che nel resto del campo progressista non tutti hanno ancora compreso: una parte dell’elettorato di sinistra non sembra chiedere più moderazione, ma riconoscibilità. L’esempio interessante arriva da Berlino, dove alle elezioni del 20 settembre Die Linke ha ottenuto il 25,3 per cento, diventando il primo partito della capitale tedesca e raggiungendo il miglior risultato della propria storia berlinese.
Elif Eralp non ha costruito la campagna cercando disperatamente il centro geometrico dell’elettorato. Ha parlato soprattutto di casa, affitti quasi raddoppiati dal 2014, carenza di abitazioni e speculazione immobiliare. Die Linke è arrivata a proporre il trasferimento al controllo pubblico di oltre duecentomila abitazioni possedute dai grandi gruppi immobiliari. Una proposta radicale, eppure il partito è cresciuto soprattutto tra giovani e cittadini precedentemente poco coinvolti nella politica.
Berlino naturalmente non è Roma, ma sarebbe curioso non cogliere il segnale. Quando i problemi diventano radicali, l’elettore non necessariamente domanda una risposta moderata. Può chiedere una risposta altrettanto radicale. Affitti, salari, precarietà, sanità, guerra e costo dell’energia sono questioni molto più grandi delle formule con le quali si costruirà il prossimo campo largo.
Mentre gli altri discutono di Renzi
E invece da noi il dibattito progressista riesce ancora a impantanarsi periodicamente nella domanda eterna: Renzi sì o Renzi no? Dentro o fuori? Campo largo, larghissimo, medio, con cespuglio oppure senza? Nel frattempo Conte parla a un elettorato, non necessariamente soltanto al proprio. Questa è la parte politicamente interessante. Non gli serve che un elettore del Pd diventi grillino; gli basta che, nel momento in cui si dovesse scegliere chi debba rappresentare la coalizione, quell’elettore possa pensare che Conte parla anche delle cose che interessano a lui. Ed è precisamente ciò che una leadership di coalizione deve riuscire a fare: uscire dal recinto del proprio partito.
L’avvocato ha imparato il mestiere
Nel 2018 Giuseppe Conte sembrava arrivato a Palazzo Chigi quasi per accidente. Professore ordinario di Diritto privato, avvocato, nessuna lunga carriera di partito alle spalle. Otto anni dopo l’uomo è politicamente un altro. Ha guidato due governi con maggioranze quasi opposte, è sopravvissuto alla crisi aperta da Salvini nel 2019, ha attraversato la pandemia, è sopravvissuto alla fine del Conte II, all’arrivo di Mario Draghi, alla sconfitta elettorale, allo scontro con Beppe Grillo e alla trasformazione del Movimento.
Oggi guida un partito stabilmente collocato nel campo progressista, conosce Palazzo Chigi, il Quirinale, Bruxelles e i tavoli internazionali, e ha imparato soprattutto una delle regole fondamentali della politica: le campagne elettorali si vincono o si perdono molto prima del giorno in cui vengono ufficialmente dichiarate. Mentre gli altri stanno ancora scegliendo il tavolo, lui ha già messo sopra le carte: NOVA, pace, Palestina, salari, sanità, disuguaglianze, no al riarmo.
Può non bastare, può incontrare resistenze enormi dentro la stessa coalizione e può cambiare tutto da qui alle elezioni. Ma il punto politico resta: Giuseppe Conte ha già cominciato a comportarsi come chi vuole tornare a Palazzo Chigi. Gli altri, per adesso, stanno ancora decidendo con chi sedersi al tavolo. E qualche volta, nel giornalismo come nella politica, vale la pena accorgersi della partita mentre gli altri stanno ancora discutendo delle formazioni.
Fonti principali
Dire – Conte avverte il campo largo: i progetti di NOVA al tavolo progressista
Corriere della Sera – Sondaggio Ipsos del 26 settembre 2026
Ansa – Zaia: il riferimento della Lega resti il Nord
Reuters – Salvini convoca il congresso straordinario della Lega
Repubblica – Forza Italia e i contributi della famiglia Berlusconi
Istat – Prezzi al consumo, agosto 2026
Reuters – Die Linke vince le elezioni di Berlino
Reuters – La crisi abitativa al centro del voto di Berlino.
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