Girando per le vie delle nostre città ci rendiamo conto di quanto la nostra società sia sempre più permeata da persone di origine indiana. Quello che per noi, però, è un dato marginale, al più legato alla persistenza di un diffuso razzismo, per il resto del mondo e per la stessa India è un fenomeno molto più ampio ed articolato.
Uno dei pilastri infatti dell’ascesa indiana è proprio la sua diaspora. Con oltre quaranta milioni di persone emigrate in tutto il mondo, questa rete umana diffusa per lo più tra Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Paesi del Golfo rappresenta un potente strumento di connessione globale. Le sue rimesse sono pari a 111 miliardi di dollari e sono un contributo economico vitale per il Paese.
Ovviamente questa massa di cittadini indiani emigrati ha una realtà a due facce. Da un lato c’è l’elite professionale principalmente residente negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito. Dall’altro, ci sono alcuni milioni di lavoratori migranti che lavorano in condizioni precarie e senza tutele, soprattutto nei Paesi del Golfo. Nonostante queste disparità è proprio il governo indiano ad aver adottato quella che viene chiamata “strategy of diplomatic diaspora” per valorizzare il suo ruolo economico e politico.
I risultati a livello di immagine sono notevoli basti pensare a Rishi Sunak che è stato Primo Ministro britannico, dall’ottobre del 2022 al luglio del 2024, e a Alok Sharma uno dei suoi più importanti ministri. E ancora in Irlanda con Vara Draco o in Canada con la ministra Anita Anan. Questo significa che non è solo una questione di rimesse, ma è un vero e proprio vettore di Soft Power per i valori della cultura indiana.
Ma non solo la politica, anzi è proprio nel settore strategico di questo millennio, la tecnologia che si registrano i maggiori risultati di questa infiltrazione. La Silicon Valley parla indiano, i suoi top manager Parag Agarwan che è stato CEO di Twitter, Satya Nadella CEO di Microsoft, Sundar Pichai CEO di Google, Shanranu Narayen CEO di Adobe e Ajay Banga CEO di Mastercard sono la punta di diamante della presenza indiana nell’economia che conta. La loro presenza testimonia la qualità del sistema educativo indiano e la capacità del paese di inserirsi ai vertici dell’economia globale.

Questi successi, però, hanno anche suscitato reazioni ostili e accuse di favoritismo etnico, spesso infondate ma che sono indicative di un disagio legato alla globalizzazione e alla competizione per l’accesso ai lavori più qualificati. Un esempio è quello di Boeing, in cui alcuni tecnici che indagavano su recenti incidenti hanno impropriamente attribuito agli ingegneri indiani parte delle responsabilità di questi disastri.
Altro esempio è quello di Twitter dopo l’acquisizione di Elon Musk, dove si è assistita ad una sorta di pulizia etnica a danno della componente indiana dell’azienda. Negli Stati Uniti il visto H1B ha permesso a decine di migliaia di ingegneri di trovare lavoro nel settore tecnologico, come dimostrano tutti questi casi, ma ora l’amministrazione Trump ha posto delle restrizioni evidenziando le contraddizioni esistenti tra il protezionismo e la necessità di garantire alle società americane manodopera specializzata e manager all’altezza.
Non ci sono dubbi che il fenomeno delle migrazioni abbia diverse facce. Da una parte sono un segno di sperequazioni nei livelli economici delle varie aree geografiche, dall’altra rappresentano un valore sia per le nazioni di origine che per quelle di accoglienza. Ancora una volta si deve registrare come nella percezione dell’opinione pubblica difficilmente si riesce a dare una giusta valutazione al fenomeno.
Troppo spesso le speculazioni politiche, le diversità etniche e religiose nonché le difficoltà economiche, anche delle popolazioni del Paesi di immigrazione, distorcono la visione e inducono a posizioni di ostracismo verso un fenomeno non solo naturale, ma anche necessario per rispondere alle sfide e alle esigenze di una economia ormai globale.


