Lunedì a Bolzano suonerà la prima campanella. Poi toccherà, una dopo l’altra, alle altre regioni italiane. Tornano gli zaini, le sveglie, gli autobus, i compiti. E torna anche qualcosa di cui per molto tempo abbiamo parlato poco: la paura di tornare a scuola.
L’Istituto superiore di sanità la chiama anche back to school blues: quella malinconia da rientro che può accompagnare bambini e adolescenti e che, in alcuni casi, può trasformarsi in ansia. Chiara Cattaneo e Vittorio Palermo dell’Iss spiegano che nei più piccoli può prevalere la difficoltà di separarsi dalle figure di riferimento; crescendo acquistano peso rendimento e aspettative; nell’adolescenza diventano centrali i rapporti con i coetanei e la paura dell’esclusione.
Non sempre, però, un ragazzo riesce a dire «Ho paura». A volte lo dice il corpo: mal di pancia, nausea, mal di testa, stanchezza, insonnia, perdita dell’appetito. Oppure irritabilità, difficoltà di concentrazione, continue richieste di rassicurazione. Nei casi più importanti può comparire il tentativo di evitare la scuola. Liquidare tutto come capriccio sarebbe un errore. Ma forse sarebbe un errore anche fermarsi alla diagnosi di «ansia da rientro».
METÀ DEGLI UNDICENNI È GIÀ SOTTO PRESSIONE
I dati della sorveglianza Hbsc dell’Iss raccontano qualcosa di più profondo. Già a undici anni circa la metà degli studenti dichiara di sentire abbastanza o molto la pressione provocata dal lavoro scolastico. Tra le ragazze la quota raggiunge e supera l’ottanta per cento a quindici e diciassette anni. Tra il 2010 e il 2022, inoltre, il piacere di andare a scuola si è progressivamente ridotto mentre è cresciuto lo stress percepito.
Allora forse non basta chiedersi come aiutare un ragazzo ad adattarsi alla scuola. Possiamo anche domandarci a cosa gli stiamo chiedendo di adattarsi.
NON C’È SOLTANTO LO ZAINO
L’Iss suggerisce cose semplici e ragionevoli: riprendere gradualmente gli orari, dormire abbastanza, fare colazione, ridurre gli schermi la sera, non sovraccaricare subito bambini e adolescenti, ascoltarne le preoccupazioni senza minimizzarle. Ai ragazzi vengono consigliate respirazione lenta, pianificazione, condivisione delle paure e aspettative realistiche.
Tutto giusto. Ma nessuna tecnica di respirazione può eliminare da sola ciò che aspetta un ragazzo fuori dalla sua camera. Dentro quello zaino invisibile ci sono anche le “assenze” dei genitori, il voto, il confronto con i compagni, la paura di non essere abbastanza bravo, bello o popolare. Ci possono essere bullismo e cyberbullismo. E poi c’è il telefono.
LA CLASSE CHE NON CHIUDE MAI
Una volta il cancello della scuola segnava almeno un confine. Oggi la classe entra nella camera attraverso WhatsApp, Instagram, TikTok e le altre piattaforme. Il confronto non riguarda soltanto il voto ma il corpo, i vestiti, il denaro, i viaggi, i follower, le amicizie e perfino la rappresentazione pubblica della propria felicità.
Circa quattro adolescenti su cinque utilizzano quotidianamente i social media e i dati Hbsc segnalano anche un uso problematico non marginale. Non significa che i social siano la causa dell’ansia adolescenziale: sarebbe una spiegazione troppo facile. Significa che il luogo nel quale un adolescente costruisce la propria identità e cerca l’approvazione degli altri è diventato immensamente più grande e non chiude più alle tredici e trenta.
NON TUTTI TORNANO NELLA STESSA SCUOLA
Due bambini possono entrare nella stessa classe ma arrivarci da mondi completamente diversi. Uno ha una stanza dove studiare, computer, libri e genitori che possono pagare una ripetizione. Un altro divide la camera, vive in un quartiere degradato, deve attraversare mezza città oppure dipende da un autobus che passa poco, male o non passa affatto.
Soprattutto, i ragazzi non vivono separati dalle preoccupazioni degli adulti. Sentono le conversazioni a tavola, vedono le bollette, capiscono quando alla fine del mese bisogna rimandare una spesa. Non serve conoscere le statistiche sull’inflazione o sui salari reali per accorgersi che mamma e papà lavorano e tuttavia i soldi non bastano.
Un lavoro povero, uno stipendio fermo, un contratto precario o un turno aggiuntivo significano meno tempo, più stanchezza e qualche rinuncia. Significano libri, mensa, sport, trasporti; una visita specialistica quando il servizio pubblico non riesce a garantirla in tempi accettabili; una ripetizione di matematica che servirebbe proprio quando quei soldi non ci sono. Così persino un brutto voto, per una famiglia, può diventare anche un problema economico.
È diverso anche crescere in un quartiere con biblioteche, palestre, parchi, associazioni e trasporti funzionanti oppure dove gli spazi pubblici sono pochi e perfino incontrarsi con gli amici richiede denaro, un’automobile o qualcuno disposto ad accompagnarti. La povertà non produce automaticamente disagio psicologico e il benessere non si compra. Ma l’ansia familiare ha anche una dimensione materiale. E i figli la percepiscono.
Per questo dire a un genitore «non trasmettere la tua ansia» è sensato, ma non basta. È più facile mostrarsi sereni quando non si deve scegliere tra una visita medica privata, una ripetizione, l’abbonamento dell’autobus e una bolletta. La scuola non può risolvere l’inflazione, aumentare i salari o ricostruire da sola un quartiere. Ma non possiamo pretendere che, attraversato il cancello, bambini e ragazzi dimentichino il mondo dal quale provengono.
ANCHE GLI ADULTI HANNO PAURA
Un padre che teme di perdere il lavoro, una madre che torna a casa dopo un turno sottopagato, una famiglia che fa i conti con prezzi cresciuti più degli stipendi non possiedono un interruttore con scritto «ansia» da spegnere prima di aprire la porta di casa. Possono però provare a non trasformare quella paura in aspettativa sui figli.
«Come è andata? Quanto hai preso? Gli altri quanto hanno preso? Hai studiato?» Sono domande che possono nascere dall’amore. Ma un figlio può sentirvi anche un’altra domanda: sei abbastanza bravo da garantirti il futuro che io temo di non poterti dare?
È una delle contraddizioni del nostro tempo. Chiediamo ai ragazzi di non essere ansiosi mentre raccontiamo loro un mondo nel quale bisogna competere, arrivare prima, scegliere la scuola giusta, costruirsi un curriculum e prepararsi a un mercato del lavoro che spesso offre precarietà e salari insufficienti. Ai ragazzi diciamo di stare tranquilli. Poi trascorriamo buona parte della giornata a spiegargli, direttamente o indirettamente, che non possono permettersi di sbagliare.
LA SCUOLA PUÒ ASCOLTARE
Un insegnante non è uno psicologo e non dovrebbe essere costretto a diventarlo. Ma può accorgersi che qualcosa è cambiato, evitare di trasformare ogni errore in una sentenza e costruire una classe nella quale chiedere aiuto non equivalga a dichiararsi deboli.
L’Iss parla di whole-school approach: il benessere come responsabilità condivisa dall’intera comunità scolastica, tra scuola, famiglie, studenti e servizi del territorio. È probabilmente il punto politico più importante: se il problema è collettivo, non possiamo scaricarne la soluzione sul singolo ragazzo, sul singolo genitore o sul singolo insegnante.
RESPIRA. MA POI RACCONTACI PERCHÉ
Un po’ di agitazione prima del primo giorno è normale. L’ansia non deve diventare automaticamente una malattia e l’adolescenza non può essere trasformata in una diagnosi permanente. Ma quando il disagio persiste, compare un progressivo rifiuto della scuola, i sintomi fisici diventano frequenti o un ragazzo comincia a isolarsi, occorre ascoltare, coinvolgere la scuola e, quando necessario, i servizi competenti.
Tra pochi giorni milioni di bambini e ragazzi attraverseranno di nuovo un cancello. Qualcuno correrà per ritrovare gli amici, qualcuno avrà paura dell’insegnante nuovo, qualcuno penserà già all’interrogazione. Qualcuno avrà lo zaino nuovo e qualcuno quello dell’anno scorso.
E qualcuno, quella mattina, dirà che gli fa male la pancia. Potrebbe avere semplicemente mal di pancia. Oppure paura di un’interrogazione, di un compagno, dell’esclusione, delle aspettative degli adulti. Potrebbe aver capito benissimo, senza che nessuno glielo spiegasse, che a casa ogni euro conta.
Insegniamogli pure a respirare lentamente. Ma prima di dirgli come deve respirare, proviamo almeno a domandargli perché gli manca il respiro.
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