Il 2026 è iniziato con il botto con due mosse statunitensi di grande impatto, l’operazione militare in Venezuela con la cattura del presidente Nicolás Maduro e il rafforzamento delle rivendicazioni sulla Groenlandia. Al di là delle argomentazioni sulla liceità di queste due operazioni un elemento risalta all’attenzione degli osservatori più attenti. Mentre diversi Paesi, dalla Colombia all’Iran, hanno reagito con vibranti condanne, sembrerebbe che le risposte di Russia e Cina siano state deliberatamente misurate.
Contrariamente alle apparenze, però, Russia e Cina non sono rimaste in silenzio, ma hanno scelto una risposta prevalentemente diplomatica e politica. Mosca ha condannato l’attacco al Venezuela come una “violazione del diritto internazionale” e un “atto illegale”. Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato che l’espulsione forzata di Maduro costituirebbe “un’inaccettabile violazione della sovranità” e ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ha inoltre denuncciato come “illegale” il sequestro in alto mare di una petroliera battente bandiera russa, la M/V Bella 1, da parte delle forze statunitensi. Pechino da parte sua ha chiesto agli Stati Uniti di “rilasciare immediatamente” Maduro e di “smettere di rovesciare il governo del Venezuela”, definendo l’attacco una “chiara violazione del diritto internazionale”. Ha anche sollecitato il rispetto della “piena e permanente sovranità” del Venezuela sulle sue risorse naturali.
Tuttavia, né la Russia né la Cina hanno finora intrapreso azioni concrete dirette, come ritorsioni economiche significative o dispiegamenti militari che minaccino direttamente gli interessi statunitensi. Per comprenderne il motivo, è necessario esaminare il quadro strategico in cui operano. La risposta misurata di Russia e Cina non è dettata da debolezza, ma da un calcolo razionale di costi e benefici in un contesto geopolitico complesso. Sia la Russia che la Cina affrontano significative sfide economiche domestiche che limitano la loro capacità di avventurarsi in costosi confronti esteri. L’economia cinese sta attraversando un “rallentamento più pronunciato del previsto”, con una crisi del settore immobiliare, consumi interni deboli e pressioni commerciali globali. In una simile congiuntura, il governo cinese dà priorità alla stabilità interna. L’economia russa rimane sotto pressione a causa delle sanzioni occidentali legate al conflitto in Ucraina e necessita di entrate energetiche costanti. Per entrambi i Paesi, il Venezuela rappresenta un interesse strategico ma non vitale. Un confronto diretto con gli Stati Uniti per difenderlo sarebbe sproporzionato.
La Russia ha investito nel Venezuela e lo vede come un partner regionale per contrastare l’influenza Usa. Tuttavia, il valore di questo partenariato non equivale al rischio di un’escalation militare diretta con Washington. L’attenzione primaria di Mosca rimane il fronte ucraino. La Cina ha concesso al Venezuela prestiti per oltre sessanta miliardi di dollari, principalmente attraverso accordi “petrolio in cambio di prestiti”. Sebbene l’azione statunitense metta a rischio questi accordi, Pechino sembra preferire una soluzione negoziale. Significativamente, il presidente Trump ha dichiarato che Russia e Cina potranno comunque acquistare petrolio venezuelano, ma attraverso gli Stati Uniti. Questa apertura commerciale può aver mitigato una reazione più dura.
Le rivendicazioni sulla Groenlandia sono, allo stato attuale, più retorica che minaccia immediata. La Danimarca (membro Nato) ha respinto categoricamente qualsiasi cessione e ha ribadito che l’isola non è in vendita. Senza una mossa militare statunitense effettiva, altamente improbabile contro un alleato Nato, Russia e Cina non hanno un casus belli per agire. Possono permettersi di osservare, limitandosi a condannare l’unilateralismo americano mentre consolidano le loro posizioni artiche per vie diplomatiche ed economiche.
L’intervento in Venezuela è un’azione per eliminare un avamposto di influenza russo-cinese nel “cortile di casa” americano e riportare il controllo delle immense riserve petrolifere venezuelane (le più grandi al mondo) in un’orbita amica. Russia e Cina riconoscono questa logica. Reagire con forza in Venezuela significherebbe cadere nella trappola di combattere su un teatro secondario scelto da Washington, distogliendo risorse dai loro fronti primari (Ucraina per la Russia, l’Indo-Pacifico per la Cina). Le risposte misurate di Russia e Cina agli eventi in Venezuela e Groenlandia segnalano un adattamento a una realtà internazionale sempre più segnata dalla competizione diretta tra grandi potenze e dal tramonto degli ideali multilateralisti. Gli interessi economici e di sicurezza nazionale vengono prima della solidarietà ideologica o di alleanze con regimi lontani. Le potenze rivali degli Usa calcolano dove impegnarsi strategicamente, evitando trappole in teatri periferici.
E’ il ritorno alla legge del più forte, le azioni statunitensi hanno abbandonato ogni forma di ipocrisia a favore dell’aperta dichiarazione dei propri interessi economici e strategici. Russia e Cina si comportano in modo simile, creando un mondo in cui, in assenza di un contrappeso sovranazionale (Onu se ci sei batti un colpo), le superpotenze agiscono con maggiore unilateralismo. L’apparente prudenza di Mosca e Pechino non è dunque passività. È il silenzio calcolato di chi sta ridefinendo le proprie priorità in un sistema internazionale più conflittuale, conservando le forze per le sfide che considerano veramente esistenziali. Il rischio per l’ordine globale è che questa logica di competizione sfrenata e di sfere d’influenza sempre più militarizzate finisca per erodere ulteriormente le norme condivise, rendendo il mondo un posto più imprevedibile e pericoloso per tutte le nazioni, grandi e piccole. Una cosa è certa, il 2026 sarà sicuramente un anno da dentro o fuori, come si presenterà il mondo alla fine di prossimi dodici mesi ci dirà molto sul nostro futuro.






