Politica

SCHIZOFRENIA | Trump il presidente sempre più matto non è un film della Walt Disney. E’ tutto vero. In carica dal 20 gennaio 2025 per Cosa Nostra con la regia di Benjamin Netanyahu

Se Donald Trump non fosse il Presidente degli Stati Uniti d’America sarebbe un eccezionale interprete di un rinnovato filone di opere del Teatro dell’assurdo al pari di Samuel Beckett, Eugene Ionesco e Jean Jenet. Ma l’ultima intemerata del vulcanico presidente raggiunge un livello ancora più elevato entrando in un campo fin qui soltanto intuito, la psichiatria.

La lettera inviata al premier norvegese Jonas Gahr Store, in cui Donald Trump dichiara di non sentirsi più vincolato a “pensare puramente alla pace” dopo non aver ricevuto il Premio Nobel, rappresenta l’ultimo capitolo di un approccio alla politica che ha trasformato il discorso pubblico internazionale. “Non mi sento più in obbligo di pensare solo alla pace”, ha scritto Trump nella lettera, collegando esplicitamente il suo impegno per la pace mondiale al mancato riconoscimento del Nobel. Se non fosse tragico sarebbe di una sublime perfidia. Questa dichiarazione subordina l’impegno per la pace al riconoscimento personale e solleva interrogativi che vanno ben oltre la diplomazia, toccando questioni psicologiche e il rapporto tra leadership internazionale e gratificazione narcisistica.

Secondo quanto confermato dall’ufficio del primo ministro norvegese, Trump ha scritto: “Poiché il vostro paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato otto guerre, non mi sento più in obbligo di pensare puramente alla pace, anche se questa rimarrà sempre dominante, ma posso ora pensare a ciò che è buono e appropriato per gli Stati Uniti”. Questa dichiarazione è stata inviata in risposta a un messaggio congiunto di Store e del presidente finlandese Alexander Stubb, che cercavano di far calare le tensioni dopo l’annuncio di Trump di imporre dazi a diversi paesi europei per la loro opposizione al controllo statunitense sulla Groenlandia. Il primo ministro norvegese ha prontamente chiarito che il Premio Nobel viene assegnato da un comitato indipendente, non dal governo norvegese costringendosi, dall’alto del suo ruolo istituzionale, a spiegare a un suo omologo una assoluta ovvietà.

Fin dal discorso di lancio della sua campagna presidenziale nel 2015, Trump stabilì un tono senza precedenti: “Quando il Messico manda qui la sua gente, non ci sta mandando il meglio… Stanno mandando persone piene di problemi… Portano droga, portano crimine, sono stupratori e alcuni, credo, sono brave persone”. Sembrava, al tempo, già assurdo un linguaggio di questo tenore. E pure le uscite per lo meno irrituali si sono susseguite per anni. Trump è stato sempre un promotore della teoria “birther”, affermando che Barack Obama non era nato negli Stati Uniti. Nel 2011 suggerì anche che sul certificato di nascita di Obama potesse essere indicato che fosse “musulmano”.

Proverbiali le sue offese a portatori di handicap, durante un comizio, Trump ha imitato in modo caricaturale un giornalista del New York Times affetto da artrogriposi, una grave forma di disabilità. Successivamente si è difeso sostenendo di aver semplicemente parlato “in modo molto espressivo”. In un post, scrivendo di quattro deputate democratiche di colore, ha affermato: “Perché non se ne tornano da dove provengono e danno una mano a sistemare quei paesi del tutto corrotti e infestati dal crimine… Poi tornano e ci spiegano come hanno fatto”.

In un’altra occasione si è riferito a El Salvador, Haiti e varie nazioni africane definendoli “paesi di merda”. Queste sono solo alcune delle sue esternazioni. Secondo il fact-checking del Washington Post, Trump ha fatto 30.573 dichiarazioni false o fuorvianti durante il suo primo mandato, una media di 21 al giorno. Aspettiamo con curiosità di apprendere il suo score al termine dell’attuale presidenza. Gli analisti politici lo hanno descritto come un “bugiardo seriale” senza precedenti nella politica americana.

L’ex stratega di Trump, Steve Bannon, ha descritto la tattica comunicativa dell’amministrazione come un modo per “inondare la zona di spazzatura”, sommergendo il discorso pubblico di così tante dichiarazioni provocatorie che nessuna singola azione emerge chiaramente. Questa strategia, nota anche come “water cannon of falsehood “, mira a impedire al pubblico di tenere il passo con gli eventi, prevenendo lo scandalo o l’indignazione per qualsiasi azione specifica.

La lettera al premier norvegese rivela una visione transnazionale delle relazioni internazionali, in cui l’impegno per beni pubblici globali come la pace viene barattato con il riconoscimento personale. Questo approccio riflette una concezione della politica come estensione della costruzione del marchio personale, piuttosto che come servizio alla collettività. La risposta europea alle ultime dichiarazioni di Trump è stata di cauta fermezza (cosa può voler dire forse lo capiremo nelle prossime settimane). Il portavoce commerciale dell’UE Olaf Gill ha dichiarato: “A volte la forma più responsabile di leadership è la moderazione”, pur sottolineando che l’Unione ha “strumenti a disposizione” per rispondere se le minacce daziali dovessero materializzarsi.

Al di la delle tattiche politiche, sarebbe doveroso tracciare un confine tra l’analisi politica e quella psicologica dei leader. Mentre alcuni potrebbero vedere nella lettera al premier norvegese un’espressione di narcisismo patologico, altri vi riconoscono una calcolata strategia politica che sfida deliberatamente le norme diplomatiche tradizionali. Quello che è certo è che Trump ha normalizzato un metodo comunicativo che precedentemente era confinato alle frange estreme del discorso politico. La sua eredità più duratura potrebbe non essere nelle singole politiche attuate, ma nell’aver dimostrato che un linguaggio un tempo considerato automaticamente squalificante per un leader può invece diventare il fondamento di una presidenza. In un’epoca di polarizzazione estrema e sfiducia nelle istituzioni, lo stile di Trump ha trovato terreno fertile, suggerendo che il fenomeno che rappresenta è tanto sintomo quanto agente delle trasformazioni in atto nelle democrazie occidentali.

La lettera alla Norvegia, con la sua esplicita connessione tra riconoscimento personale e impegno per la pace mondiale non è, quindi, un’anomalia ma l’espressione coerente di un approccio alla politica che continuerà a definire il dibattito pubblico ben oltre la sua presidenza.



Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi